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VITA DA SPELEO

di Marco Pisano
Sbandati, alcolizzati o ... speleologi?

La speleologia è proprio un’attività ambigua. Attività sì, ma di che tipo? Alcuni la definiscono sportiva. Ma voi conoscete qualcuno che si allena per far gare a riempirsi di fango? Oppure avete mai visto qualcuno gareggiare a chi si scortica di più i gomiti e le ginocchia o per chi fa più fatica a passare una strettoia?

Altri la definiscono attività legata all’ambiente; ma l’ambiente è sinonimo di natura, habitat all’aria aperta….. aria aperta?!?! Ma quando?

Le prime perplessità su che tipo di attività rivesta la speleologia, mi erano venute molti anni fa quando, da presidente di un gruppo speleo, mi recai all’ufficio I.V.A. per registrare la nostra associazione. Ebbene in un elenco di più di 200 attività di volontariato, non esisteva nessuna nella quale identificare la speleologia, assurdo! Per la prima volta ho percepito lo sconforto e l’impotenza generati dal non sapere da che parte stare.

Ma questo è solo uno dei tanti aspetti indecifrabili di questa attività.

Ormai è vent’anni che faccio speleologia e so riconoscere lo sguardo perplesso di chi mi chiede: Tu fai speleologia?!? In genere gli speleo veri, quelli con gli attributi, evitano di far sapere che si pratica quest’attività e soprattutto evitano di vantarsi, vantarsi di che, poi?. Sanno che raramente l’interlocutore ti fa le fatidiche domande per semplice curiosità: ma cosa fate? Cosa trovate? Che gusto ci provate? Ma perché ci andate? Ma non vi manca l’aria. Dietro quelle domande si nasconde un sadico desiderio di avere una conferma al loro grande sospetto: ma questi forse non sono molto sani. Del resto il fatto che noi siamo decisamente diversi da loro viene puntualmente sottolineato dall’affermazione che chiude quella girandola di domande: “io non c’è la farei mai a stare al chiuso in quegli spazi stretti” o “non ci penso nemmeno a venire con voi”.

Sembra una presa in giro, visto che all’inizio, nei loro occhi s’intravede una certa curiosità; ma successivamente, poiché noi ci prodighiamo in fantastiche spiegazioni di cui nessuno naturalmente capisce qualcosa e che comunque passato il primo momento un po’ morboso, non interessano più nessuno, il povero speleologo viene piano piano emarginato e guardato con sospetto.

In famiglia le cose non vanno meglio. Il sospetto mi è venuto appena mi sono reso conto che dopo la prima uscita, nessuno mi ha più chiesto “Come è andata?” oppure “Cosa avete Fatto?”. La situazione era veramente al limite del paradossale e si lambiva la depressione non appena i presenti preferivano dialogare di corsa campestre o di ciclismo invece di intavolare un discorso sulla speleologia.

Anche le madri delle mie fidanzate non mi hanno mai guardato di buon occhio. Inizialmente pensavo di essere decisamente antipatico, ma a ripensarci bene questa avversione nasceva sempre quando venivano a conoscenza della mia passione per le grotte. Certe frasi minacciose rivolte alle figlie, del resto, non lasciavano dubbi: “non ti salterà in testa di andarci anche tu?”.

Che dire di mia madre e delle mie mogli? Le frasi tipiche sono: ma non era un po’ tardi per rientrare? Ma cosa stavate facendo per aver fatto così tardi? E tutto questo fango? E tutta questa roba da lavare? Ma non mi vorrai dire che sei stanco? Mai una volta che ti chiedessero: “Come è andata?”. Se poi volete fare pace con loro o perlomeno provare a ricucire uno strappo ormai prossimo al divorzio, evitate di invitarle a venire con voi, rischiereste veramente la rissa.

In effetti è difficile capire quale motivo spinga uno speleologo ad infilarsi in un buco, riducendosi in condizioni pietose e questo per quattro weekend al mese per dodici mesi all’anno, portandolo a trascurare mogli, figli, parenti e amici “normali”, quasi fosse una speleo-dipendenza. E’ difficile capirlo. Io me lo sono chiesto 1000 volte. La risposta è che non esiste alcun motivo plausibile, a meno che non troviate estremamente emozionante infangarvi e terribilmente sado-masochistico massacrarvi ogni parte del vostro corpo nel percorrere strisciando, strettoie e meandri polverosi. Io continuo a pormi questa domanda ogni volta che entro in una grotta; quando esco, evito di chiedermelo.

Da qualche parte avevo letto che gli speleo assomigliano un po’ a “Dr. Jeckill e Mr. Hyde”. E’ vero se provate a immaginare uno speleologo sporco, puzzolente, pieno di fango, stanco, affamato e morto di sete, che esce dopo una punta di 25 ore da un abisso qualsiasi; pensate al suo gergo mentre riassume come è andata l’esplorazione, come si è sentito quando è rimasto incastrato in un meandro, quando ha dovuto recuperare il sacco del suo amico scazzato, caduto in un pozzo da 60 metri, ma con la “tua” telecamera dentro; immaginate il suo monologo mentre sale su per un pozzo da 100 m con due sacchi pesantissimi, attaccati all’imbrago; immaginate ciò che può uscire dalla sua bocca quando un compagno maldestro gli fa arrivare sulla testa un sasso di almeno 1 kg, oppure provate solo a immaginare quale imprecazione possa proferire una persona di 43 anni, padre di famiglia, quando si rende conto di aver perso le chiavi della macchina in chissà quale punto di una stramaledetta grotta, lunga appena 4 chilometri e il cui ingresso dista solo 2 ore di macchina dal più vicino paese. Sfiga, persecuzione o giusta punizione?!?

Ecco ora immaginate questa persona in giacca e cravatta mentre parla con il suo direttore, con il suo dirigente scolastico, il capoufficio, oppure mentre è al telefono con un’importante amministratore pubblico; mentre legge la sua relazione annuale davanti al Consiglio di Amministrazione e così via.

Chiaramente qualche dubbio non può non emergere nei presenti, a meno che uno non sia un simulatore di professione, oppure abbia frequentato il corso di recitazione e simulazione di Cinecittà.

Risulterà sicuramente inutile il lunedì mattina, il tentativo di inscenare un maldestro tentativo di “normalità”, che sarà sicuramente smascherato da colleghi e amici “normali”.

Persino il più ingenuo dei vostri alunni avvertirà il mattino seguente un vago odore di carburo; i vostri colleghi non tarderanno ad accorgersi con sospetto che le vostre unghie sono nere e spezzate, le vostre mani scorticate, il vostro viso tumefatto e pieno di graffi; anche la più anziana e disattenta delle portinaie si accorgerà che nel camminare avete un’andatura leggermente sciancata e noterà con estrema malizia la smorfia di dolore che percorre il vostro viso ogni volta che vi chinate a raccogliere un oggetto e vi toccate il fondo schiena, oggetto che, per via degli acciacchi, non fa altro che cadervi di mano. Ed è un miracolo che voi siate già al lavoro quando vostra moglia ha scoperto che per la stanchezza avete dormito vestiti e senza docciarvi e disinfettarvi a dovere, lasciando nelle candide lenzuola bianche l’impronta perfetta del vostro corpo. Altro che Sindone.

Per non parlare dello stato psichico e mentale del “Day After”. A chi non è venuto il sospetto che la vostra stanchezza e rimbambimento post-uscita speleo, non fossero dovuti a una sbornia colossale, a un cocktail di droghe o a chissà quale orgia collettiva? A chi non è mai capitato di non saper come giustificare, nel recarsi al lavoro, la macchina piena di fango e strapiena di sacchi speleo, l’odore puzzolente di carburo e muffa, il piede di porco e tutto il materiale da disostruzione, i calzini e le mutande bollate di un marrone non meglio identificato che la sera precedente non trovavate e che quel bastardo del vostro amico aveva nascosto nel sedile posteriore?

Ben presto ci si rende conto che i nostri tentativi di giustificare questo pesante segreto sono perfettamente inutili. Del resto come si può giustificare il fatto che in seguito ad un incontro fortuito, veniamo sorpresi da un collega che lascia un vicino ristorante, appena usciti di grotta e in mutande e stivali, mentre ci si sta cambiando vicino alla macchina? Come si può spiegare al più stretto collaboratore del Preside della vostra scuola, incontrato nel bosco mentre cerca funghi, che quello che ha sentito non era una gara di rutti, ma bensì il richiamo d’amore di un uccello rapace molto raro?

A questo punto sarà come essersi tolti un peso dalla coscienza. Sarà come confessare chissà quale delitto o dichiarare la propria omosessualità (o almeno penso). La sua auto ora sarà sempre più polverosa e le varie attrezzature non saranno più relegate nel baule, ma giaceranno scomposte anche sui sedili posteriori e magari anche nel cruscotto; sulla sua scrivania compariranno strani oggetti (la lampada ad acetilene da aggiustare durante la pausa pranzo). Inoltre egli allenterà a tal punto il suo autocontrollo da concedersi qualche sonoro rutto alla mensa aziendale o qualche rumoroso peto nel suo ufficio, dimenticando di aver lasciato l’interfono acceso. I più distratti porteranno la bandana al collo e i più osé useranno un moschettone come porta-chiavi.

Se alcuni di essi si trovano a lavorare insieme si sfiancheranno con interminabili discussioni su “armi fatti male”, “buchi soffianti”, “profondità” da verificare e quando i colleghi si accorgeranno che gli “armi” non servono per sparare, i “buchi” non sono riferiti a donne e le “profondità” non sono sottomarine si ritireranno annoiati e sbalorditi. A questo punto il nostro speleologo è sì bollato e segnato per sempre ma sarà finalmente libero di essere se stesso perché ai pazzi e ai poeti è permesso tutto.

Aggiornato: giovedi', 19 maggio 2011


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