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CITAZIONI SPELEOLOGICHE

CITAZIONI SPELEOLOGICHE RISALENTI AL 1860 TRATTE DALL’ITINERARIO DELL’ISOLA DI SARDEGNA DEL CONTE ALBERTO DELLA MARMORA

(a cura di M. Pisano, dalla pubblicazione: Citazioni speleologiche risalenti al 1860 tratte dall’”Itinerario dell’isola di Sardegna” del conte Alberto Della Marmora. Sardegna Speleologica, Rivista della Federazione Speleologica Sarda, Parte I, Anno VIII, n° 15, giugno 1999, pp. 36-42; Parte II, Anno IX, n° 16, dicembre 1999/giugno 2000, pp. 28-34).
Ritratto del Generale A. Della Marmora.

Ecco tutte le citazioni che il Della Marmora ha fatto, nei soli nove capitoli dell’Itinerario, di grotte o cavità speleologiche artificiali, o comunque tutto ciò che può essere interessante per uno speleologo. Alcune di queste cavità nominate sono ben note al popolo degli speleologi, di esse nell’Itinerario viene sottolineata la bellezza o la vastità, caratteristiche ben note già a quei tempi; altre cavità citate, invece, risultano oggigiorno di difficile identificazione, altre ancora addirittura sono state, nel frattempo, distrutte o parzialmente danneggiate.

Al fine di facilitare la lettura e l’individuazione dei luoghi, è stato riportato lo stralcio integrale del testo originario, in cui, per permettere l’identificazione dei luoghi, i toponimi sono stati perlopiù aggiornati alla forma attuale. Prima di ogni stralcio è stato aggiunto, in corsivo, il nome attuale della cavità e il suo numero di catasto, oppure una piccola nota identificativa. I commenti all’interno del testo invece sono evidenziati dal simbolo: (…).

CITAZIONI

Il Cisternone dell’orto della Casa di Riposo Vittorio Emanuele II e il pozzo del Convento dei padri Cappuccini.

(…) Il convento maggiore dei padri Cappuccini di Cagliari, la cui costruzione risale all’anno 1591, sta dalla parte opposta al quartiere di Stampace, cioè verso nord, sui due terzi della parte alta della collina, e sotto la passeggiata di Buoncammino. E’ un edificio costruito e soprattutto situato bene, come tutti i conventi dell’ordine. (…)

Nel giardino del convento c’è un vecchia cisterna ben conservata. Molte persone pensano che fosse una grande riserva d’acqua destinata alle “naumachie”, o spettacoli di battaglia navale, che avrebbero avuto luogo al tempo dei Romani nell’anfiteatro che si trova non lontano dal convento e di cui il piano dell’arena realmente a un livello inferiore a quello del fondo di questo vasto serbatoio. Siccome la parte dell’anfiteatro che guarda a ovest non è stata sterrata bene, non ho potuto procurarmi i dati necessari ad appoggiare o a contraddire questa opinione.

Ma se questa immensa cisterna è adesso a secco, l’acqua, e soprattutto l’acqua buona, molto preziosa a Cagliari, non fa difetto ai reverendi padri. Il pozzo, che misura circa 30 metri di profondità, fornisce loro l’acqua più gradevole di tutta la città; per cui, durante il soggiorno della corte a Cagliari, era questa l’acqua messa a disposizione della tavola reale. Si crede generalmente che in fondo al pozzo ci sia una grande sorgente che scorre fra strati d’argilla, e si avrebbero dei dati per pensare che la stessa sorgente vada a perdersi nelle acque salate dello stagno, nel punto in cui sgorga un getto d’acqua dolce conosciuto dai pescatori. In passato ho fatto molte ricerche sul fondo del pozzo per orientarmi in un progetto di sondaggio per la ricerca di questa stessa acqua nelle località vicine, ma furono pressoché infruttuose; rimane il fatto che l’acqua dei Cappuccini è la migliore acqua di sorgente di Cagliari e dintorni.

Grotta della Vipera, non accatastata.

(…) L’unica curiosità che presenti il sobborgo di Sant’Avendrace consiste nelle numerose tombe romane scavate nella collina e che costituiscono la necropoli occidentale dell’antica città romana, i cui limiti da questo lato sono di conseguenza perfettamente individuati. Alcune grotte funerarie sono state adattate a dimora, cioè sono state occupate da famiglie molto povere; le altre sono abbandonate, aperte e parzialmente nascoste dalle folte piante di ficodindia che qui crescono spontaneamente.

Tra questi monumenti, il solo a presentare ancora un qualche interesse è quello che si trova proprio al livello della grande strada e che è conosciuto col nome di “Grotta della Vipera”, a causa dei due serpenti scolpiti sul frontone. Questa tomba non è più nell’originario stato d’integrità, anche perché da molto tempo si è scavato attorno per estrarre dalla roccia la pietra da taglio, che qui è di buona qualità. Posso dire, senza vantarmi troppo, che sono stato io a fermare nel 1822 la mano distruttrice degli impresari della grande strada reale. Costoro avevano già cancellato una tomba vicina, e avrebbero fatto lo stesso con l’altra se non avessi fatto intervenire l’autorità del viceré per impedirne la completa distruzione. Alla facciata di questa specie di piccolo tempio mancano le quattro colonne scolpite nella roccia, che si presume sostenessero l’architrave come anche tutta la parte anteriore dell’ingresso della grotta, dove probabilmente c’erano delle scale.

Sull’architrave è incisa l’iscrizione in onore di Attilia Pomptilla Benedicta. Il frontone presenta un triangolo scolpito con tre rosoni; vi si vedono anche due serpenti e nell’angolo due piccoli altari. All’interno esistono ormai solo il soffitto e le pareti laterali nelle quali sono stati scavati dei “colombari” e degli spazi per i sarcofaghi. L’ingresso della tomba, facente funzione di vestibolo, è tutto ricoperto di iscrizioni greche e latine che conferiscono valore al monumento. (…)

In fondo tutte le iscrizioni di questa grotta sepolcrale ruotano attorno allo stesso tema, e cioè che, essendo Filippo prossimo alla morte, la moglie offrì la sua vita in cambio di quella di lui; fu subito esaudita e si spense con una morte tranquilla: (…)

In definitiva, la grotta non ospitava solo la tomba di Pomptilla, ma anche quella del marito, dei discendenti e anche degli affrancati (“liberti”) della famiglia; questi ultimi la elevarono in ricordo di un evento prodigioso che doveva aver fatto sensazione nell’isola. Questo monumento aveva esternamente la forma e l’eleganza di un tempio e si trovava, proprio come oggi, vicinissima alla grande strada: (…)

Pozzo di San Pancrazio

Cunicolo d'accesso al pozzo.

(…) Il Cossu ha dedicato un capitolo ai pozzi d’acqua dolce esistenti ai suoi tempi; egli ne conta cinque, di cui soltanto due provvedevano al consumo ordinario, e tre erano murati e tenuti come riserva in caso di grande siccità o d’assedio.

Questi pozzi sono molto profondi. L’acqua viene portata in superficie per mezzo di una specie di elevatori a tazze (“norie”), formati da vasi di terracotta attaccati a due lunghe corde parallele in “sparto”, che si srotolano su un cilindro, o meglio su un tamburo, mosso da un cavallo; ma è un meccanismo primitivo; oltre all’inconveniente di non isolare completamente l’acqua dolce da quella del mare, le corde delle norie marciscono, cosicché l’acqua finisce per essere un po’ torbida e con un gusto sgradevole. Tra i pozzi che in questo momento funzionano di più citerò per primo quello chiamato “Fontana di San Pancrazio”; si trova sotto la piazza omonima e vi si entra da una strada vicina; il Cossu cita un’iscrizione, leggibile ai suoi tempi, che dimostra come questo pozzo fosse opera dei Pisani.

Grotta dei Colombi SA/CA 27

(…) In fondo al promontorio (di S. Elia), verso sud, si trova, nella roccia calcarea, una grotta naturale dove vivono i piccioni e dove qualche volta è possibile sorprendere la foca addormentata. Fu considerata una specie di meraviglia dal defunto padre Tommaso Napoli che, nelle sue Note illustrate descrive i piaceri di una gita in barca in questa grotta; parlando dei piccioni di cui andava a caccia in allegra compagnia, questo buon prete, di gusti facili in materia gastronomica, termina il racconto con queste parole: “presi vivi vivi (i piccioni), cotti e ben conditi, si mangiano saporitamente”.

Il Valere, dicendo della caccia in questa grotta, fa il nome di promontorium Columbarium dato, secondo lui, al capo sant’Elia dagli antichi; egli sbaglia, perché bisogna dire Colymbarium, per allusione ai grandi uccelli marini, abili tuffatori, i cormorani (Pellecanus carbo) che effettivamente tornano tutte le sere numerosi sugli scogli dell’estremità di questo capo per passarvi la notte; anticamente questo uccello era noo col nome di Colymbus.

Grotta dei Colombi (ex-numero 18 SA/CA)

(…) Nella terza parte del Viaggio in Sardegna, che tratta della geologia della Sardegna, l’isola di Sant’Antioco occupa uno spazio importante soprattutto per l’interesse delle sue rocce magmatiche che non bisogna confondere, come è stato fatto, con rocce vulcaniche nel vero senso della parola. Mi limiterò a segnalare le rocce più curiose della regione, le perliti del luogo detto “Grotta dei Colombi”, che sta precisamente di fronte all’estremità dell’istmo, quando si mette piede sulla penisola.

Grotta di San Giovanni SA/CA 81

(…) Seguendo ancora il ruscello fino ai piedi del monte che si presenta come un grande muro tagliato a picco, a sinistra del torrente si vede la cappella detta “San Giovanni di Acquarutta” e a destra l’ingresso della famosa grotta naturale omonima, mentre il ruscello scompare, nascondendosi sotto la roccia, dalla quale esce di nuovo mormorante. Ho già ampiamente fatto menzione della grotta nel mio Viaggio in Sardegna; mi basterà quindi riprodurre la veduta che ne ho dato e che rappresenta il suo ingresso dalla parte di Domusnovas. Mi limiterò a ripetere che nella grotta si costruì un tempo un muro, opera degli stessi popoli che innalzarono i nuraghi, nel cui spessore è stata ricavata una scala che finisce con una finestra. E’ abbastanza difficile esplorare la grotta, a causa dei grandi banchi della roccia, che vi formano dei gradini naturali abbastanza alti, mentre il fondo è pieno di una grande quantità di blocchi spesso voluminosi e di pietre rotolate dall’alto.

Non mancano le stalattiti e le stalagmiti; come in tutte le grotte calcaree, esse assomigliano a figure singolari, che l’immaginazione del viaggiatore paragona a oggetti noti: le forme più curiose che in questa grotta prendono le concrezioni calcaree assomigliano a una serie infinita di acquasantiere, a mò di nidi di rondine, messe l’una sull’altra a piramide e colme d’acqua. Di solito questa grotta si esplora con torce improvvisate, fatte con fasci di giunco; il percorso dura quasi una mezz’ora; io ebbi l’onore di accompagnarvi nel 1829 Sua Altezza il principe di Carignano, diventato re Carlo Alberto. All’estremità opposta, verso nordovest, si vedono i resti di una cappella dedicata a San Giovanni e un muro grezzo, antichissimo, come nell’altro ingresso. Appena usciti fuori dalla grotta da questo punto, ci si trova, come per incanto, trasportati in una ridente valle boscosissima, irrigata da un ruscello che scorre mormorante in mezzo a grandi cespugli di oleandri spesso in fiore, e le cui acque si perdono sotto la roccia vicino all’ingresso della grotta, per uscire in seguito dall’altra apertura.

Sadali e le sue grotte

(…) Dopo aver superato il ponte, il solo che esista finora sul Flumendosa, fiume assai temibile (la media delle persone che annegano nell’attraversare questo fiume e gli altri torrenti della Barbagia è stata finora di 20 all’anno; bisogna sperare che il numero diminuisca dopo la costruzione del ponte), si incontra una salita piuttosto ripida, vicina alla chiesa di Santa Maria; da lì si arriva al villaggio di Sadali, interessante solo per le grotte naturali scavate nella dolomia giurassica, per l’abbondanza delle acque e per i suoi ciliegi; la strada continua in seguito fino a Seui su un terreno montuoso.

Grutta de is Janas SA/NU 679

(...) Nei dintorni di Seulo si incontra anche una grotta piena di concrezioni calcaree, alcune delle quali sono state utilizzate a Cagliari come alabastro per la decorazione delle chiese : è inutile dire che questa grotta, scavata dalla natura, è considerata nel paese una meraviglia per le stalattiti e le stalagmiti; viene chiamata Sa Grutta de is Janas (“La Grotta delle Fate”).

Descrizione dei karren

(…) Comunque questa scalata è una delle più impervie che abbia mai fatto durante le mie escursioni nell’isola, sia per l’altezza del punto culminante, a partire dal villaggio di Balnei, sia per lo stato della roccia, che in superficie è tutta decomposta in seguito all’azione dell’”aura marittima”; essa ha prodotto nel suolo un gran numero di cavità larghe e profonde, che in un certo senso si potrebbero paragonare a quelle di una spugna molto ingrandita e pietrificata; ciò mi costringeva a poggiare costantemente i piedi sui bordi aguzzi delle pareti che separano e orlano queste cavità, alcune delle quali superano i sessanta centimetri di diametro e di profondità. Niente è più faticoso di questa maniera di scalare una montagna per tre o quattro ore di salita continua; così, essendoci andato con molte persone venute da Tortolì per accompagnarmi sulla cima (parla della cima che lui chiama Genna in Ircu e attualmente nota con il toponimo di Punta Ginnirco), dovemmo impegnarci tutti per davvero, uno dopo l’altro, a trasportare su una specie di portantina improvvisata uno dei compagni d’escursione che non era più in grado di camminare, e che non potevamo abbandonare in quel luogo selvaggio.

Grotta di Nurentulu SA/NU 66

(…) Abbandonato il paese di Aritzo per discendere verso il Sarcidano, si lascia a sinistra, un po’ in lontananza, il villaggio di Gadoni, è nel suo territorio che si trova la grotta di Nurentulu dove si sostiene che ci sia del vero carbon fossile. Io dovetti andarci espressamente nel 1847 col signor De Vecchi, che in seguito pregai di tornarci, come ha fatto qualche tempo dopo; si trattava di chiarire la questione, ma finimmo per convincerci che il viceré, su richiesta del quale ci eravamo recati sul posto per cercare il famoso carbon fossile, era stato vittima di una vera mistificazione. Tutto mi porta a credere che l’eccellente combustibile che si diceva estratto dalla grotta di Nurentulu di Gadoni provenisse molto semplicemente dalle miniere di Newcastle in Scozia e che fosse preso, molto probabilmente, nel magazzino del carbone destinato al battello a vapore che compie il servizio postale fra l’isola e il continente.

Il Parco di Laconi

(…) Il marchese di Laconi, mio collega nel Senato del regno sardo e signore del luogo, vi possiede una bella casa di villeggiatura e soprattutto un giardino (si riferisce al parco di Laconi) che si può chiamare principesco, interamente di sua creazione. Gli alberi di tutte le specie che lo ornano, piantati con gusto, si sono sviluppati prodigiosamente grazie alla buona qualità del suolo, all’esposizione favorevole, ma soprattutto grazie all’abbondanza delle acque di questa località; scorrono da tutele parti, anche lungo il muro naturale e quasi verticale formato dalla rupe a strapiombo che domina la posizione. La natura si è fatta carico quasi da sola di questo bel parco; essa ha fornito il luogo di grotte con stalattiti, cascate e ha prodotto i diversi accidenti del suolo che in altri giardini di piacere sono opera della mano dell’uomo.

Presunte grotte presso il Castello di Medusa

(…) Mi rimarrebbe ancora da parlare della qualità della pietra di cui è composta la roccia sulla quale è costruito il castello di Medusa, e sui pretesi sotterranei che secondo gli abitanti del paese esisterebbero nel luogo ma che nessuno ha mai descritto. Ne ho già trattato nella terza parte del Viaggio in Sardegna, per cui mi limiterò a dire che tutto il terreno nel quale è scavata la valle dove sorge il castello appartiene alle rocce di transizione e che la roccia sulla quale è fondato è formata da un calcare cristallino grigio, detto “bardiglio”, striato parallelamente di tinte più oscure. Quanto alle grotte, è molto probabile che in questa roccia calcarea, come in quasi tutte quelle della stessa natura, esistano delle cavità sotterranee naturali più o meno ampie e più o meno tappezzate di concrezioni e stalattiti; ma non le ho notate sul posto e non posso dire niente in proposito.

Piccole grotte a Monte Arci non accatastate

(…) I picchi detti Trebina lada (“larga”) e Trebina longa (“lunga”) sono i punti più alti della montagna (parla del Monte Arci); sono formati da due grandi blocchi di una specie di lava grigiastra che muta in dolerite; i due roccioni stanno sul bordo di uno spaventoso precipizio e sembra siano i resti del bordo di un grande cratere sprofondato e in parte distrutto dall’azione delle acque o da altro. E’ impossibile salire sulla Trebina longa; sono stato più fortunato sulla Trebina lada, dove ho messo il mio segnale trigonometrico, che aveva un’altezzadi 838,50 metri. Sotto questa specie di torre naturale ci sono delle piccole grotte dove spesso ho dovuto passare la notte a causa delle vicissitudini atmosferiche che impedivano le operazioni e mi costringevano a fermarmi sulla montagna.

Grotta de S’Allume ex SA/CA 2, non esiste più perché distrutta dalle cave.

(…) Dirigendosi da Sanluri verso il villaggio di Serrenti si vede a sinistra, prima di arrivare, un gruppo d monti rossastri dalle forme coniche tutte particolari; i monti sono composti da trachite anfibolica analoga a quella delle colline di Monastir. In questi monti c’è un posto detto Sa Roya de s’Alume (“La Valletta dell’Allume”) con grotte naturali che si ricoprono da se stesse di una crosta di solfato d’allume. Si tratta all’incirca della stessa roccia e sono pressappoco gli stessi fenomeni che si riscontrano nella montagna della Tolfa vicino a Civitavecchia; questo allume naturale è oggi privo di valore commerciale o industriale poiché la stessa sostanza viene ora prodotta più pura e con una spesa minima, con procedimenti chimici. Questa parte di montagna dipende dal villaggio di Segariu, che si trova non lontano dalla strada, verso est.

Grotta Torre del Pozzo SA/OR 861

(…) Dopo aver oltrepassato il sito che conserva i resti di quell’antica città (l’autore si riferisce alla città di Corpus), vicino a una torre crollata, detta Su Puttu (“Il Pozzo”), si trovano le rovine di un’antica tonnara; dalla parte del mare si vede un piccolo promontorio sul quale richiamo l’attenzione del geologo che passasse nei paragi. La roccia che costituisce la massa principale del promontorio, è formata da diverse assise di calcare grossolano e di arenaria sabbiosa del terziario.

Cavità non accatastata

(…) Non parlerò di certe piccole anse del promontorio e della costa vicina; alcune sembra siano state scavate dalla mano dell’uomo. Si dà il nome di S’Archittu (“Il Piccolo Arco, L’Archetto”) e di Sa Fossichedda (“La Piccola Cavità”). Passerò direttamente a un piccolo golfo, compreso tra il promontorio in questione e la punta sulla quale è stata costruita la torre, probabilmente oggi abbandonata, detta di Santa Caterina di Pittinuri, dal nome dell’omonima chiesa che sorge non lontano.

Grotta di Monte Majore SA/SS 60

(…) Partendo dal castello di Bonvehì, oppure da quello di Monteleone, si può fare ancora una puntata per visitare, sul bordo dello stesso bacino, il Monte Maggiore, famoso nel paese per una grande grotta racchiusa nel suo seno. Per una singolare fatalità ogni volta che andai nella regione mi mancò il tempo, oppure le piogge o i torrenti troppo ingrossati non mi permisero di arrivare fino all’entrata di questa grotta. Ciò non mi ha impedito di studiare la formazione geologica della montagna all’esterno, cosa ai miei occhi più importante che ammirare, alla luce delle torce, le meraviglie che sempre presentano tali sotterranei naturali. La parte superiore del Monte Maggiore, come quella di Monteleone, è formata da una massa spessa di calcare terziario; vi si trova lo stesso banco di grandi ostriche che ho indicato in quest’ultima montagna e ha la stessa posizione che ha a Monteleone. Esso riposa su un deposito di tufo poroso tenero che ricopre la trachite antica.Siccome il banco di ostriche forma il soffitto della grotta, si può credere che la sua origine dipenda dalla scomparsa del terreno più tenero, che sosteneva la massa calcarea d cui è composto il soffitto del sotterraneo. Avrei desiderato molto poter entrare nella grotta, non per ammirare gli strani effetti delle stalattiti e delle stalagmiti, di cui pare sia ornata, ma per vedere se contenesse ossa di antichi animali, soprattutto di orsi delle caverne e di grandi carnivori, che si trovano nei giacimenti analoghi di molte grotte del continente.

Un fatto certo è che dalla grotta e da altre cavità simili dei monti vicini si estrae da pochi anni a questa parte una specie di guano, prodotto dagli escrementi dei pipistrelli e dei piccioni, accumulatisi in quel posto da molti secoli. Venduta come concime, questa sostanza è oggetto di commercio, anche se non regge il paragone con il vero guano del Perù, o piuttosto delle isole e dei promontori del Pacifico, molto più ricco di ammoniaca rispetto a quello in questione.

Grotta di Nettuno SA/SS 65

(…) Nel 1829 il principe di Carignano (poi re Carlo Alberto), che ebbi l’onore di accompagnare in tutto il suo giro di visite nell’isola, si recò ad Alghero nel mese di maggio; egli si offrì, tra gli altri svaghi, una caccia sul Monte Doglia, come al suo antenato Emanuele Filiberto, e una magnifica escursione alla grotta di Nettuno illuminata per l’occasione.

Cavità non identificate.

(…) Nella storia medioevale della Sardegna si incontra la notizia di un certo Costantino di Carvia che fece donazione di una chiesa di San Pietro in Simbrano verso l’anno 1223; ciò sembra indicare che a quell’epoca il luogo non era del tutto disabitato come è invece oggi; vi si vedono solo tre grotte sepolcrali, dette “grotte di San Pietro” probabilmente a causa della chiesa cui si riferisce Costantino di Carvia nella sua donazione, ma se ne sono completamente perse le tracce.

Grotta Verde o Grotta dell’Altare SA/SS 3

(…) Il Monte del Timidone si unisce verso sud a una piccola catena, ugualmente calcarea, che costituisce il fianco occidentale di Porto Conte e finisce a Capo Caccia; ma tra la torre del Bollo e il capo si trova una grotta naturale di grande interesse. Ci si può arrivare solo per mezzo di una barca che deve portare il visitatore ai piedi di una rampa ripidissima che dall’alto sprofonda in mare con inclinazione di quasi 60 gradi; una volta sbarcati, dopo aver faticato per circa un quarto d’ora lungo questa salita, non senza pericolo, si trova la grotta che, dalla parte opposta all’ingresso, cioè a ovest, presenta una discesa ripida, pressappoco come la salita fatta per arrivare. Vicino all’apertura si vedono i resti dell’altare che ha dato il nome alla grotta. L’altare, di cui parla il Fara, era dedicato a Sant’Erasmo (da lui detto San Teramus), che un tempo dava il nome al capo vicino. La grotta è notevole per le magnifiche stalagmiti, che hanno assunto una forma più o meno simile a quella di un cipresso e, per perfezionare in qualche modo la similitudine, sono rivestite di un muschio verde che dà loro davvero l’aria di alberi conici. Ci sono altre concrezioni calcaree, che evito di descrivere perché questi giochi della natura presentano sempre forme diverse a seconda della fantasia di colui che le guarda. In fondo a questa discesa interna c’è dell’acqua, probabilmente quella del mare, che vi penetra da un crepaccio inferiore o sotterraneo.

Siccome questa grotta corrisponde pressappoco, a est del monte, a quella detta “di Nettuno” che si trova a ovest del monte stesso, si è pensato che non sarebbe impossibile praticare una comunicazione interna tra le due: e siccome nel porto le acque del mare sono sempre tranquille, mentre quelle al di fuori sono quasi sempre agitate, cosa che permette raramente di entrare nella grotta di Nettuno, si è pensato che a quest’ultima si potrebbe accedere passando dalla grotta dell’Altare o di Sant’Erasmo, e visitarla così con qualunque tempo. Ma ci saranno sempre grandi difficoltà da superare, anche supponendo che realmente si possano mettere in comunicazione dall’interno le due grotte; perché non è facile aprire la via per salire alla grotta di Sant’Erasmo, e la salita non può essere fatta senza pericolo; d’altra parte tutto ciò esigerebbe delle speseconsiderevoli, del tutto sproporzionate al risultato.

Superata la grotta di Sant’Erasmo, la roccia calcarea forma uno strapiombo di più di 100 metri d’altezza che diventa sempre più alta fino al capo, che aveva un tempo il nome di Sant’Erasmo; gli si è dato anche quello di “Albo”, senz’altro più pertinente del nome odierno, in quanto il promontorio è formato da roccia bianca; anche per il colore, le forme, l’altezza, questo capo ricorda la roccia di Gibilterra.

Grotta di Nettuno SA/SS 65

(…) L’entrata della grotta detta “di Nettuno” si trova ai piedi della parete verticale, più o meno nel punto b, segnato qui sopra ?L’autore riporta un disegno con il profilo di Capo Caccia?. Questa sorta di atrio consiste in una cavità o passaggio naturale, e siccome si trova quasi a livello del mare, in tempo di calma è abbastanza difficile approdare: quanti visitatori, compreso il Valere (Dopo tre notti di attesa, nel mese di giugno, e dopo aver bivaccato tutta una giornata sotto il sole e la pioggia, egli non riuscì a penetrarvi), dovettero ritornare ad Alghero come erano partiti, dopo aver navigato per più di dodici miglia con una pessima barca e aver inutilmente con sé una provvista di diverse centinaia di candele proporzionalmente al numero di curiosi quotatisi per tale spesa. Ma non sempre la difficoltà maggiore è data dall’entrare in questo antro; qualche volta succede che, essere entrati con una certa facilità con mare calmissimo, sia poi difficile uscire e anzi in certi casi pericoloso e impossibile se il mare sia diventato anche solo un po’ mosso; perché bisogna che la barca con la quale si arriva o il canotto più adatto per imbarcarsi possano avvicinarsi all’apertura in questa parete rocciosa tagliata a picco.

L’unica volta che visitai l’interno della grotta di Nettuno ebbi l’onore di accompagnare il principe di Carignano, futuro re Carlo Alberto; allora (era il 10 maggio 1829) fummo abbastanza fortunati nel trovare una giornata propizia. Una volta divenuto re, il principe volle tornarci in compagnia del figlio Vittorio Emanuele; furono ancora più fortunati, perché la visita ebbe luogo il 28 aprile 1841, ioé durante la stagione non favorevole. I locali lo interpretarono come un segno della benevolenza divina e in effetti la sola stagione nella quale sia consigliabile partire da Alghero per visitare la grotta con una possibilità di entrarci e di uscirne è quella delle grandi calure estive.

Oltrepassata la soglia d’ingresso si trova un vestibolo in cui sono state apposte le iscrizioni commemorative delle due visite fatte da Carlo Alberto. Riprodurrò solo quella incisa in occasione dell’ultima visita; è stata composta dal barone Manno:

RITORNATO IN QUESTO LUOGO
CARLO ALBERTO RE,
ADDI’ 28 APRILE 1841,
MOSTRAVANE AL SUO PRIMOGENITO VITTORIO EMANUELE, DUCA DI SAVOIA,
LE NATURALI MERAVIGLIE.
NEL GIORNO INNANZI AVEAGLI MOSTRATO
COME IN TANTA ESULTAZIONE DEI POPOLI SARDI AL COSPETTO DEI LORO PRINCIPI,
RESTASSE PUR MOLTO DA SEGNALARE
NEL GIUBILO, ENEGLI OMAGGI DEI CITTADINI D’ALGHERO.
I CONSOLI DELLA CITTA’ POSERO ALLORA QUESTO MONUMENTO DI RICORDO
PER GLI STRANIERI.
AGLI ALGHERESI BASTAVA LA POPOLARE TRADIZIONE
CHE DURERA’ VIVA E CARA NEI TEMPI I PIU’ LONTANI,
ANCHE QUANDO LA GROTTA E LA LAPIDA
VENISSERO A SPROFONDARE IN QUESTI GORGHI.

Va da sé che dopo aver percorso l’intera lunghezza del vestibolo, stimabile in venti metri, ci si trova nella più profonda oscurità, ed è solo a forza di torce e di candele che si può vedere l’interno. Nelle due visite fatte dal re Carlo Alberto si contavano a migliaia le luci che i marinai, arrampicandosi dappertutto, avevano sistemato con grande arte; era una visione magica. L’ammiraglio Smyth, al quale sono debitore del disegno che ho riprodotto nella parte geologica del Viaggio in Sardegna, visitò la grotta nel 1824 e per illuminarla utilizzò i bengala. La cosa fu imitata, nello stesso anno, dal suo compatriota duca di Buckingham: quest’ultimo, mentre si trovava nel Mediterraneo, si recò ad Alghero appositamente per visitare la grotta, allo scopo di confrontarla con gli ipogei di Mahon, Antiparos e Fingal: si dice che il nobile lord abbia espresso la sua preferenza per quella di Alghero.

Dopo aver percorso abbastanza facilmente il primo corridoio del vestibolo si trova anzitutto un lago interno che riflette nelle acque calme sia le mille luci nella grande sala, sia le forme varie e grandiose delle colossali stalagmiti più o meno allineate, in mezzo al lago, come le colonne di un portico.

Per attraversare questo lago interno bisogna munirsi di un piccolissimo battello da trascinare per tutto il vestibolo prima di calarlo in acqua; tuttavia, esso non potrà e non dovrà contenere che due sole persone, compreso il battelliere, perché in certi punti il lago è profondo e un po’ dappertutto è pieno di scogli.

La traversata con un solo passeggero e un solo rematore, dalla fine del vestibolo alla spiaggia che si trova alla parte opposta, la vista di tutto l’interno, le profonde tenebre vinte grazie alle piccole luci e i riflessi delle colonne naturali hanno suggerito a tutti i visitatori della grotta il paragone fra questo paesaggio attraverso il lago e quello delle anime traghettate in barca da Caronte.

Dopo aver percorso così, non senza difficoltà, una distanza di oltre cento metri in mezzo alle colonne e alle rocce che spuntano dall’acqua, sovrastati delle stalagmiti che minacciano di schiacciarvi e si accontentano di gratificarvi di qualche goccia d’acqua, si arriva finalmente in fond alla parte opposta del lago. Lì il vostro Caronte vi fa sbarcare per andare a prendere un altro individuo, e vi lascia su una spiaggia in leggera pendenza, formata interamente da piccoli sassi bianchi come la neve e tondi come confetti. Essi devono la loro forma di ciottoli arrotondati dal fatto che l’acqua del lago, di solito calma, viene agitata, anche con violenza, da moti ondosi trasmessi dal mare vicino con il quale, senza alcun dubbio, il lago comunica.

Dal bordo del lago questa immensa spiaggia inclinata vi conduce, sempre in salita, a una sala immensa che misura circa cinquanta metri di lunghezza e trenta di larghezza, una vera e propria anticamera del dio Plutone, la cui altezza è incommensurabile. E’ piena di concrezioni di tutte le forme, nelle quali ciascuno crede di riconoscere una somiglianza con l’oggetto che gli è più famigliare: per esempio, un ecclesiastico vede in una certa stalagmite un pulpito; un architetto una colonna col capitello; un gastronomo un immenso cavolfiore. Non si finirebbe di dar sfogo all’immaginazione attribuendo a oggetti conosciuti le diverse forme che nelle mani della natura assumono le concrezioni delle grotte, prodotte dalle acque ricche di materiale calcareo, che esse abbandonano attraverso l’evaporazione e che si accumula stratificandosi nel corso dei secoli.

Continuando a salire si segue un lungo corridoio che si restringe tanto che un uomo può passarci a stento; in un’altra zona si finisce per arrivare in un punto dove il suolo viene a mancare e ci si trova sul bordo di un precipizio il cui fondo non è stato ancora misurato; forse è da questo punto che si potrebbe creare, con appositi lavori, un passaggio di comunicazione con la grotta di Sant’Erasmo.

Mi resta da segnalare uno o due atti di vandalismo commessi nella grotta, perché suppongo e spero ancora che le due versioni raccontate a questo proposito si possano imputare a una sola persona. L’abate Masala di Alghero, autore di sonetti sull’Isola, ha iniziato a descrivere la grotta; egli ricorda che il vecchio comandante di una fregata sarda, il signor di F., circa sessant’anni fa si divertì a introdurre un cannone nell’apertura della grotta e ad abbattere con i proiettili le colonne naturali che guarnivano la prima sala, per ornare la sua casa di campagna di Nizza. Il Peretti, anch’egli di Alghero, ha fatto a sua volta una descrizione della grotta, dicendo che un capitano della Marina Reale inglese avrebbe distrutto a colpi di cannone molte colonne i cui frammenti giacciono adesso vicino al vestibolo, oppure dentro l’acqua del lago interno; pertanto, l’aspetto del lago doveva essere una volta ancora più stupefacente di quanto non sia oggi.

La grotta di Nettuno fu descritta anche dal Valere, dal Tendale e dall’Angius, oltreché da Edouard Delessert. Quest’ultimo viaggiatore, che ha visto la grotta illuminata certamente con minore profusione di luci che in occasione delle due visite di re Carlo Alberto, “si credette non di meno invitato al ballo di Proserpina”. Come tutti i suoi predecessori nella descrizione, il brillante Delessert non manca di paragonare alla barca di Caronte il piccolo battello con la quale si attraversa il lago interno.

Non lontano dall’ingresso della grotta si vede emergere dal mare un’isoletta cui si dà il nome di Foradada (“Forata”) a causa di un’apertura o piuttosto di un buco naturale esistente quasi in cima e che attraversa la roccia da parte a parte.

Risorgente di Su Gologone SA/NU 99

(…) Adesso, se partendo da Oliena si voglia andare a Dorgali, si deve costeggiare il torrente o rio Oliena; sulla riva destra ci sono le due chiese di San Giovanni e di Nostra Signora del Rimedio, ai piedi della grande parete dolomitica, in un luogo assai pittoresco e ombreggiato. Lì vicino si vede uscire dalla roccia calcareo-dolomitica un vero ruscello d’acqua chiara e limpida che prende il nome di “Funtana se su Gologone” e che nel paese è considerato una meraviglia. La gente dei dintorni ci va nella bella stagione in allegra compagnia, e in gita di piacere, per ammirare il fenomeno dell’improvviso sgorgare dell’acqua sorgiva e soprattutto per pescare e mangiare le trote che sono abbondanti e molto grandi.

Il torrente di Oliena, alimentato dalle acque di questa sorgente, separa per tratto molto esteso di terreno il calcare cretaceo e dolomitico da una specie di piana granitica che si trova a sinistra dello stesso corso d’acqua; dopo aver superato l’altezza del Gologone, non si tarda a vedere a sinistra, scendendo, una coltre di lava basaltica che ricopre il granito come un manto.

Cavità non identificata

(…) Ho detto che la caccia a questi animali era faticosa per le difficili condizioni di praticabilità della montagna; aggiungerò che, malgrado la mia familiarità con i terreni accidentati, ho dovuto rinunciare a raggiungere il punto chiamato “Bocca del cannone”, una fenditura naturale che ha la forma approssimativa di un vano. Per questa ragione non ho potuto misurare la cima di Tavolara servendomi del barometro; l’ammiraglio Smyth le attribuisce 457 metri di altitudine sul livello del mare; un altro inglese che vive alla Maddalena porta questa altitudine a 576 metri, misura che mi sembra più verosimile.

Grottone di Biddiriscottai (SA/NU 7), Grotta del Bue Marino (SA/NU 12) e Grotta IV di Cala Luna (SA/NU 873).

Biddiriscottai.
Grotta del Bue Marino.
Veduta aerea di Cala Luna.

(…) Dall’alto della Scala Homines si vede il mare ai suoi piedi, così come una parte del Golfo di Dorgali. Lì vicino si osservano, come nell’altro versante, dei coni rotondeggianti di roccia basaltica nera e colate di questa materia che creano un singolare contrasto con le forme aguzze e il bianco della massa calcarea di cui sono composti i monti e la crosta. Tra le particolarità di quest’ultima farò notare la grotta naturale, detta “il grottone”, aperta all’altezza del livello del mare, nella quale le scorie basaltiche nere rivaleggiano per forma e colore con le concrezioni bianche calcaree che pendono dalla volta. Più lontano, verso sud, sulla stessa costa si può visitare un’altra grotta, detta “di Cala Luna”, le cui pareti sono bianche e formate di roccia calcarea, mentre il soffitto è formato da una colata di basalto nero, di una sola gettata. Il calcare di queste località è abbastanza ricco di fossili del Cretaceo.

Cala Luna.
Veduta aerea del Bue Marino.

Le due grotte distano fra loro circa cinque miglia marine; ce ne sono diverse altre, tra le quali quella denominata “del Bue marino” perché vi è stata segnalata la presenza della foca monaca. Lì vicino e quasi al livello del mare si vede uscire dalla roccia calcarea una sorgente termale detta “acqua medica”; non ho potuto visitarla perché è necessario che il mare sia calmo, cosa molto rara nel Golfo di Dorgali. Questa sorgente sembra in rapporto con le antiche fuoriuscite della materia basaltica che si è fatta strada attraverso il calcare del Monte Tului.

Le Domus de Janas di S. Andrea Frius

(...) Non lontano dal villaggio di Rebeccu (presso Bonorva), vicino alla chiesa di Santa Lucia che ne dipende, si vede una curiosa grotta scavata nella roccia tenera calcarea. Quest’ipogeo in origine era destinato a servire da sepoltura per i pagani; più tardi fu senza dubbio convertito in chiesa, e divenne una catacomba nei primi secoli del cristianesimo.

Si arriva alla grotta da una grande scala ricavata anch’essa nella roccia calcarea; si trova in seguito un vestibolo semicircolare, poi due grandi sale in successione, a forma di quadrati oblunghi. Il secondo salone riceve la luce da un’apertura quadrata che è praticata nel soffitto e comunica con l’esterno; questa apertura sembra sia stata coperta un tempo con una grande lastra di pietra, sostenuta a una certa altezza da alcuni piloni, allo scopo di impedire che l’acqua piovana penetrasse in basso, e per dare allo stesso tempo luce al sotterraneo. Le due sale comunicano con un gran numero di piccole camere o celle che per la forma, per l’esiguità e soprattutto per la scarsa altezza, non potevano che servire da sepoltura agli antichi abitanti del luogo. Sembrerebbe che all’epoca dell’introduzione del cristianesimo nell’Isola i primi convertiti si servissero principalmente delle due grandi lastre per celebrarvi i loro riti, ma soprattutto di quella illuminata dall’alto.

Il canonico Spano, avendo esplorato meglio di quanto non l’abbia fatto io in passato questo sotterraneo, ha osservato che le pareti sono state successivamente ricoperte con diversi strati di intonaco dipinto; ma è soprattutto nell’ultima sala che ha riconosciuto dei dipinti di età più recente, rappresentanti i dodici Apostoli a figura intera e colossale, la Vergine Maria che allatta il Bambino Gesù, i Re Magi, e altri episodi del Nuovo Testamento. La volta della sala così dipinta è ornata anche di arabeschi, rosoni e stelle di diversi colori, rosso verde e giallo, che in qualche modo imitano i mosaici delle absidi delle antiche basiliche di Roma; tali dipinti richiamavano probabilmente il cielo e il paradiso. Queste pitture sono stese su un intonaco che copre quelle antiche, ma siccome l’intonazione cromatica di queste ultime è molto scura, non si riesce a distinguere se anche il primo strato avesse delle figure.

Grotta di Monte Oe SA/SS 57

(…) Tra questi monti vulcanici annoterò innanzitutto la collina detta Monte Oe o Boves (“Monte dei Buoi”), che si trova sopra Torralba ad est; è proprio questo monte che fornisce la pietra con cui sono costruite le case del villaggio. Visto da una certa distanza presenta in cima la forma di una calotta arrotondata, o piuttosto quella di un covone; è formato infatti principalmente da scorie vulcaniche eruttate attraverso una piccola apertura e che, cadendo tutt’attorno, si sono disposte in pendenza. Il cono è incavato ad est dove è colata una piccola corrente di lava, distribuitasi nella pianura da questa parte. La calotta vulcanica poggia su un altipiano di calcare terziario, attraverso il quale si sono aperte una via la lava e le scorie. La roccia calcarea racchiude al suo interno delle grotte naturali sotterranee, pine di stalattiti e stalagmiti. Vi si penetra con molta difficoltà attraverso crepacci stretti e scomodi.

Acquedotto romano di Porto Torres

(…) Ciò mi induce a trattare del sontuoso acquedotto romano i cui resti sono ancora visibili accanto alla grande strada, a metà strada tra Porto Torres e Sassari; per il momento non mi occuperò che dell’estremità dell’acquedotto, nel punto in cui l’acqua arrivava nella città; a questo proposito dirò che nella collina di fronte al ponte romano si trova un canale sotterraneo scavato nella tenera roccia calcarea del luogo, canale che non poteva avere una destinazione diversa dall’essere una condotta d’acqua. Non ho visitato il sotterraneo perché è stato scoperto da poco, ma il canonico Spano vi è entrato: è, dice, un canale nel quale un uomo può camminare comodamente; lo ha percorso per più di cinque minuti alla luce delle torce, ma non si è spinto oltre per paura di smarrirsi e perché in alcuni punti il suolo era troppo melmoso. Il condotto è interamente rivestito dell’intonaco cementizio tipico dei serbatoi romani, ottenuto con malta e minuti frammenti ceramici. Il canale si divide in due rami. D’altronde è facile pensare che una città come Torres dovesse avere un’abbondante provvista d’acqua poiché il territorio di Sassari ne è così ben fornito; abbiamo visto che, indipendentemente dal grande acquedotto, essa fu dotata di un lacum e di fontane per le cure a spese del duumvir Flavio Giustino.

Aggiornato: sabato', 18 febbraio 2012


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